Ricerca

19 luglio 2018Silvia Pagliuca

Ötzi, stambecco e cervo reale prima di morire. Da Beirut ai Musei Vaticani, così Eurac svela il passato

A Bolzano il primo centro di ricerca specializzato nello studio delle mummie. I laboratori all’avanguardia presto trasferiti al NOI Techpark

Un’ultima cena a base di stambecco e cervo reale. Gli scienziati dell’Eurac Research di Bolzano hanno illuminato lo stomaco di Ötzi, l’Iceman vissuto 5.300 anni fa e scoperto nel settembre del 1991 da due escursionisti tedeschi sulle Alpi Venoste, ricostruendo per la prima volta un tipico pasto dell’età del Rame. Nonostante evidenti tracce archeologiche testimonino la presenza degli ominidi preistorici, infatti, esistono pochissime informazioni sulle loro abitudini alimentari. Analizzando lo stomaco dell’Uomo venuto dal ghiaccio, invece, Eurac Research è riuscita a scrivere un nuovo capitolo in materia, confermando l’eccellenza dei suoi studi. «L'Istituto per lo studio delle mummie di Eurac Research è stato fondato nel 2007 ed è il primo centro di ricerca internazionale specializzato esclusivamente in questo ambito. Negli anni ci siamo occupati non solo dell’Iceman, mummia unica al mondo, ma anche di altre indagini. Abbiamo studiato i resti scheletrici umani rinvenuti in Trentino e in Alto Adige, abbiamo restaurato le mummie del museo nazionale di Beirut, abbiamo collaborato con il Museo Egizio di Torino e i Musei Vaticani e abbiamo finanche analizzato il DNA antico di Tutankhamon» - illustra Frank Maixner, coordinatore dell’Istituto.

Nel caso di Ötzi, i ricercatori erano già riusciti a decifrarne il genoma, a descriverne l’abbigliamento - un cappello di orso bruno, con vesti di pecora e gambali di capra – e finanche a dimostrare la presenza dell’Helicobacter pylori. Ma ora, la lente è stata puntata sull’alimentazione con il ritrovamento di numerose biomolecole come proteine, grassi e carboidrati. «I lipidi si differenziano da altre sostanze perché sono idrorepellenti. Per questo siamo riusciti a riconoscerli già ad occhio nudo» - commenta Maixner, spiegando che analisi dettagliate hanno poi confermato la presenza di grasso di origine animale. Anche l’Iceman, dunque, doveva aver compreso che i grassi potevano essere un’eccellente fonte di energia, utilissimi per sopravvivere in un ambiente tanto freddo. «L’uomo del Similaun visse a 3.210 m s.l.m, in un tipico ambiente alpino di alta montagna che pone particolari sfide alla fisiologia umana e che per evitare improvvise perdite di energia richiede un apporto ottimale di sostanze nutritive» - chiarisce infatti Maixner. Da qui, il pasto ad alto contenuto di grassi a base di carne di stambecco e di cervo reale, di farro monococco e di felce aquilina che Ötzi ha consumato tra due ore e mezz’ora prima di morire. Un “menù” che è ora è arrivato fino sulle pagine della rivista scientifica “Current Biology” dove è stato pubblicato lo studio coordinato dall’Istituto. La scoperta dell’alimentazione di Ötzi, infatti, ha consentito di capire come venivano preparati i cibi nell’età del Rame. Lo stambecco nello stomaco dell’Iceman era ancora molto ben conservato tanto che dalle striature nella fibra della carne i ricercatori sono stati in grado di riconoscere che si trattava di un muscolo essiccato all’aria e leggermente riscaldato, probabilmente per farlo conservare meglio. Solo a meno di 60 gradi, infatti, la fibra della carne rimane così ben strutturata perché, come hanno dimostrato alcuni test condotti sulla selvaggina fresca, nelle fibre muscolari, dopo la cottura o l’abbrustolimento, i pattern regolari scompaiono.

Ma non finisce qui. Ötzi aveva riservato un po’ di spazio anche ad alimenti vegetali. I ricercatori, infatti, hanno individuato il cosiddetto farro monococco non macinato, uno dei primi cereali a essere stato addomesticato dall’uomo, considerato un precursore del grano, nonchè tracce di felce aquilina. Quest’ultima è una pianta tossica e rispetto alla sua presenza nello stomaco di Ötzi i ricercatori hanno avanzato diverse supposizioni. «Ötzi soffriva di dolori causati da alcuni parassiti individuati nel suo intestino in precedenti studi e potrebbe aver utilizzato la felce aquilina come medicamento. Oppure, potrebbe aver utilizzato le foglie di felce per incartare il cibo e di conseguenza, qualche particella potrebbe essere finita nel suo pasto, pur non volendo» illustra Albert Zink, direttore dell’Istituto, ricordando come il pasto fosse comunque perfettamente bilanciato per una vita in alta montagna. Per altro, nonostante la sua tossicità, diverse popolazioni indigene in Asia consumano ancora oggi germogli di felce aquilina come alimento.

Continua così l’avvincente indagine sull’Homo Sapiens coordinata dall’Istituto bolzanino che con metodi non o minimamente invasivi, come tomografie computerizzate, nanotecnologie e approcci di tipo bio-molecolare come l'analisi del DNA antico, porta avanti innovative ricerche antropologiche. Indagini che vanno di pari passo con lo studio di nuove tecniche per la conservazione e l'esposizione delle mummie e con la collaborazione con diverse università e musei a livello internazionale, tra cui anche il DNA Learning Center di New York. «Le nostre ricerche e le collaborazioni interazionali – conclude Maixner - sono possibili anche grazie ai laboratori all’avanguardia, come quello per il DNA antico, per l’antropologia fisica e la conservazione che presto saranno trasferiti al NOI Techpark di Bolzano». 

(foto Southtyrolarchaeologymuseum\Eurac Research\M.Samadelli)